Infiltrato
Quello non era il suo sguardo. Quello era lo sguardo di un folle. Appena era salito sul palco aveva cambiato faccia. Sembrava una caricatura di Jack Nicholson. Lo sguardo di Jack Torrance e il sorriso del Joker. Terrificante. Ero pietrificata. Tutti eravamo pietrificati. Quella non era l’espressione di un uomo gioioso che aveva raggiunto un traguardo incredibile. Quella era l’espressione di un aguzzino quando individua la preda. Pregustava il sapore delle nostre carni. Era eccitato. Avrei quasi osato dire che avesse un’erezione. Guardò il premio che stringeva tra le mani per qualche secondo. Lo posò sul leggio e poi cominciò la carneficina.
“Buonasera signori e signore, finalmente la mia profezia si è avverata. Finalmente vi posso vedere bruciare ai miei piedi. Vedo nei vostri occhi il disappunto e la rabbia che questa mia vittoria vi provoca. La roba che ho scritto è talmente dirompente e illuminante che sarebbe stato uno scandalo non darmi questo premio. Se non lo aveste fatto, il vostro mondo di mazzette e menzogne si sarebbe rivelato agli occhi di tutti. Forza, chiedetemi scusa, ammettete di aver sbagliato sul mio conto. Ora che la vostra merda non vende più, chiedetemi aiuto. Su, su… io non vi aiuterò, anzi, alimenterò ancora di più il fuoco che ho appiccato. Ho passato tutta la vita a sentirmi dire che non andavo bene. Mi dicevate a chi assomigliare, chi leggere, cosa scrivere, a cosa aspirare. Sono stato per una vita intera solo una delle mille persone che albergano nell’hotel della mia coscienza, in modo da combaciare con i vostri stereotipi. Ma ora... ora basta. Ho vinto io brutti figli di puttana. Vi ho, definitivamente, pisciato in testa.”
La gente cominciava a mormorare scandalizzata, incredula. Io non riuscivo neanche a sbattere le palpebre, figuriamoci provare a fermarlo.
“Mi fate schifo, mi avete sempre fatto schifo e io ho sempre fatto schifo a voi. D’altronde sono la cosa più diversa da voi che esiste nell’universo. Basta guardare il mio tavolo. Lì sulla sedia dove dovrebbe esserci seduta una bella figa appena maggiorenne, calda e vogliosa, c’è la mia decrepita madre. L’unica donna che non mi ha mai tradito, l’unica che ha sempre creduto in me. Ohhh ma che cliché! Il figlioletto che ama la mamma. Sapete cosa ci faccio con le vostre critiche? Mi ci pulisco il culo. Io dico quello che voglio quando cazzo voglio. Mi sono guadagnato questo diritto! Di fianco a mia madre, il mio figlio Down. Quel povero coglione handicappato. Sapete una cosa? Io quel demente lo amo cazzo! È l’unico che mi ha sempre detto la verità. Non lo cambierei con nulla al mondo. Infine la mia assistente. Lei che è stata più una badante che un’assistente. Brutta come poche ma di un’intelligenza abbagliante.
A quel punto un tizio della sicurezza accennò a salire sul palco.
“Fai un altro cazzo di passo e ti denuncio. Vi denuncio tutti, porci di merda! A quanto mi risulta questo è un paese libero e per di più questa è la mia serata.”
In tutti questi anni non l’avevo mai visto così. Con me era sempre stato buono. Un capo meticoloso e cordiale che cercava sempre di mettere tutti a loro agio. Fino a quel momento avrei giurato che avesse un cuore d’oro. Un cuore che se avesse potuto strapparsi e far valutare al Compro Oro dietro l’angolo, gli sarebbe fruttato milioni. Con tutti i problemi familiari che aveva avuto. L’ex moglie, la madre decrepita da praticamente sempre, il fratello morto e il figlio Down, non aveva mai ceduto allo sconforto, si era sempre sforzato di far sentire amato chiunque ne avesse avuto bisogno. Per il suo secondo libro, un best seller mondiale, aveva deciso di devolvere metà del ricavato ad associazioni benefiche. Era stato un esempio di filantropia per molti. Tuttavia alcuni avevano sempre detto delle cose strane sul suo conto. Dicevano che non era chi sembrava. Che stava mentendo. Che aveva troppa fame per essere uno a posto. Non l’avevo mai notato o avevo fatto finta di non notarlo? Mi venne in mente una frase di Edgar Allan Poe. “Non credere a niente di quello che senti, e solo a metà di quello che vedi.”
Rinvenni dai miei pensieri alla fine del suo discorso.
“E adesso… posso anche morire. Grazie, graziella e grazie al cazzo.”
Scese dal palco e se ne andò.
Il giorno dopo morì. Bam! Infarto. Bip, bip, bip, biiip. Assurdo.
Al suo funerale c’erano cinque persone. Io, il figlio, la madre, il prete e un tizio che non avevo mai visto. Un tipo strano pieno di tic nervosi. Quello show alla premiazione gli aveva proprio fatto terra bruciata intorno.
“Qualcuno vuole dire una parola?” disse il prete.
“Io amo il mio papà.”

